410 51. Il beatissimo uomo Francesco, ritornò
corporalmente tra i suoi frati, dai quali, come si disse,
non era mai stato assente con lo spirito. Santamente curioso
di conoscere lo spirito dei suoi figli, sottoponeva a diligente
esame la condotta di ognuno, non lasciando impunita nessuna
colpa, se vi scopriva qualcosa, anche minima, di meno che
retto Badava prima ai difetti dell'animo, poi a quelli esterni,
infine rimuoveva tutte le occasioni che di solito conducono
al peccato.
411 Alla santa povertà riservava una cura
tutta particolare e voleva che dominasse sempre da signora,
tanto da non tollerare neppure il più piccolo utensile,
appena s'accorgeva che si poteva farne a meno, temendo che
vi si introducesse l'abitudine di confondere il necessario
col superfluo. Era solito dire che è impossibile sovvenire
alla necessità senza servire alla comodità.
Raramente si cibava di vivande cotte, oppure le rendeva insipide
con acqua fredda, o le cospargeva di cenere! Quante volte,
mentre era pellegrino nel mondo a predicare il Vangelo, invitato
a pranzo da grandi signori che lo veneravano con grande affetto,
mangiava appena un po' di carne in ossequio alla parola evangelica
di Cristo, poi, fingendo di mangiare faceva scivolare il resto
nel grembo, mettendosi una mano alla bocca perché nessuno
s'accorgesse di quello che faceva! Ci s'immagini poi se prendeva
del vino, dato che rifiutava persino l'acqua, quand'era assetato!
412 52. Ovunque fosse ospitato di notte, non voleva
materassi o coperte sul suo giaciglio, ma la nuda terra raccoglieva
il suo nudo corpo avvolto solo nella tonaca. Quando poi concedeva
un po' di riposo al suo corpo fragile spesso stava seduto
e non disteso, servendosi per guanciale di un legno o di una
pietra. E quando lo prendeva desiderio di mangiare qualche
cosa, come suole accadere a tutti, a stento si concedeva poi
di mangiarla.
413 Avendo un giorno mangiato un po' di pollo, perché
infermo, riacquistate le energie per camminare, si recò
ad Assisi. Giunto alla porta della città, pregò
un confratello che era con lui di legargli una fune attorno
al collo e di trascinarlo per tutte le vie della città
come un ladro, gridando: «Guardate questo ghiottone,
che a vostra insaputa si è rimpinzato da gaudente di
carne di gallina!». A tale spettacolo, molti, tra lacrime
e sospiri, esclamavano: «Guai a noi miserabili che abbiamo
vissuto tutta la vita solo per la carne, nutrendo il cuore
e il corpo di lussuria e di crapule!». E tutti compunti,
erano guidati a miglior condotta da quell'esempio straordinario.
414 53. E tante altre cose simili a queste egli compiva
per praticare l'umiltà nel modo più perfetto
possibile, che insieme gli attiravano però amore imperituro
presso gli altri. Era libero da ogni sollecitudine per il
corpo, trattandolo come un vaso derelitto ed esponendolo alle
ingiurie sempre preoccupato di non lasciarsi vincere dal desiderio
di alcuna cosa materiale per amore di lui. Vero spregiatore
di se stesso, egli con parole e con fatti ammaestrava utilmente
gli altri al disprezzo di sé. Ma tutti lo magnificavano
e ne cantavano giustamente le lodi; solo lui si riteneva vilissimo
e si disprezzava cordialmente.
415 Spesso, quand'era da tutti esaltato, sentendosi
ferito come da troppo acerbo dolore, controbilanciava e scacciava
l'onore degli uomini, incaricando qualcuno di maltrattarlo.
Chiamava per lo più qualche confratello e gli diceva:
«Ti scongiuro per obbedienza di coprirmi di ingiurie
senza alcun riguardo e di dir la verità contro la falsità
di costoro che mi elogiano». E quando quel fratello,
ci si immagini quanto volentieri, lo chiamava villano, mercenario,
buono a nulla, lui sorridendo e applaudendo diceva: «Ti
benedica il Signore, perché dici cose verissime e quali
convengono al figlio di Pietro di Bernardone». Con queste
parole intendeva rammentare l'umiltà delle sue origini.
416 54. Per farsi credere veramente degno di disprezzo
e per dare agli altri esempio di una confessione sincera,
se per caso commetteva qualche mancanza, non esitava a confessarla
pubblicamente e sinceramente mentre predicava a tutto il popolo.
Anzi, se gli capitava di pensar male, sia pur minimamente,
di qualcuno, o gli sfuggiva qualche parola troppo forte, subito
manifestava con tutta umiltà il suo peccato a colui
che aveva osato giudicare, chiedendogli perdono. Pur non potendogli
rimproverare proprio nulla, data la vigilanza che esercitava
su di sé, la sua coscienza non gli dava pace, finché
non avesse sanato con rimedio appropriato la ferita dell'anima.
Bramava far progressi in qualsiasi specie di virtù,
ma non voleva esser notato, per fuggire l'ammirazione e non
cadere nella vanagloria.
Miseri noi, che ti abbiamo perduto, padre santo, esemplare
di ogni bene e di umiltà! Per giusta condanna ti abbiamo
perduto, perché trascurammo di conoscerti quando ti
avevamo tra noi!